Da 70 anni sulle gambe delle donne, le calze di nylon seducono ancora

10 dicembre 2009 - pubblicato da Rossella Colapietra in Collant

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Con leggerezza da settant’anni avvolgono le gambe donne. E non sono mai invecchiate. Anzi. Tra tradizione ed emancipazione, colore e fantasia, le calze di nylon sono uno degli accessori moda più femminili e ‘sempre verde’, che ha sedotto dalla fine degli anni Trenta a oggi generazioni di donne. La loro storia ha inizio quando fu sintetizzato in un laboratorio della DuPont di Wilmington (Delaware, USA), la prima fibra sintetica definita “delicata come una ragnatela, resistente come l’acciaio”. Si trattava del naylon scoperto dal chimico Fallace Hume Carothers che venne alla luce il 28 febbraio 1935. Brevettato due anni dopo, fu commercializzato solo nel 1938. Poi la stessa DuPont impiegò nel 1939 il nylon per la realizzazione di calze femminili, vent’anni prima della nascita degli ‘immortali’ collant.
Ma in quegli anni di guerra, l’accessorio dovette lasciare spazio alla produzione di paracadute, ritornando a vestire le gambe delle donne soltanto dopo il conflitto mondiale. Quando le calze di nylon furono rimesse in vendita, in soli quattro giorni sbancarono: le americane ne acquistarono 4 milioni di paia. Un successo che non è andato mai in crisi. A testimoniarlo anche una delle storiche case di produzione, la Pierre Mantoux che dal 1932 mette l’accento sulle gambe delle donne, da Milano (sede del brand) a New York, da Tokyo a Pechino fino a Taipei.
“L’introduzione del nylon ha rotto gli schemi – dice a Ign, testata online del Gruppo ADNKRONOS, Chiara Ferraris, responsabile commerciale del marchio milanese Pierre Mantoux – La calza da più leggera e distruttibile è diventata più resistente e funzionale. Soprattutto ha dato maggiore elasticità alle calze. L’accessorio prima di lusso – si impiegava solo la seta per la realizzazione delle calze – ha lasciato il posto all’economicità”. Un prodotto diventato ‘a portata di tasca’ che negli anni ’80 si è rifatto il look. E si è identificato con la moda. “Non più calze tradizionali ma colorate e a fantasia grazie anche ai grandi stilisti come Versace, Coveri e altri – racconta ancora Chiara Ferraris – che hanno saputo reinterpretare la calza”. Anche Pierre Mantoux (la griffe venduta pure presso i department store Coin) ne è diventato una grande interprete e oggi nell”alchimia’ tra nylon, viscosa e fibre naturali (cotone e cashmere) produce più di 40 motivi per l’accessorio cult della stagione invernale.
Insomma, la ricerca di un prodotto più economico rispetto alla seta, è stata la svolta per la nascita delle calze di nylon. I chimici si misero al lavoro, spiega l’Unione Nazionale Consumatori, “per trovare un sostituto della seta che avesse le medesime o analoghe caratteristiche”. Ne è stata, dunque, imitata la struttura. Infatti, pure il nylon, dice l’UNC, “è composto da ‘anelli’ di carbonio, idrogeno, ossigeno, e azoto (gli elementi che costituiscono le proteine) messi però in una disposizione diversa. In sostanza, il filo di nylon è come una catena formata da anelli (polimeri) messi un po’ dritti e un po’ al rovescio, mentre nella seta gli anelli si susseguono in modo più armonico e regolare”.
“Vi sono vari tipi di nylon – continua l’associazione presieduta da Massimiliano Dona -, che prendono il nome delle rispettive strutture chimiche leggermente diverse. Quello con cui generalmente sono fatte le calze da donna si chiama ‘nylon 6.6.’, perché in ogni anello vi sono 12 atomi di carbonio divisi in gruppi (6+6); più generalmente, tutti i tipi di nylon costituiscono le ‘fibre poliammidiche’, così dette per la struttura chimica e classificate tra le fibre sintetiche (prodotte per ‘sintesi’ o combinazione di varie sostanze organiche), che si distinguono un po’ sottilmente dalle fibre artificiali, ricavate invece dalla manipolazione di fibre naturali come la cellulosa, da cui si ottiene, per esempio il raion”.
Dopo varie operazioni industriali, “dalle materia prima viene ottenuto un ‘filato’ o filo che poi è intrecciato con macchine speciali in una maglia fittissima”. E nelle calze femminili, spiega ancora l’UNC, la maglia può essere ‘liscia’ oppure ‘a rete’. “La prima, osservata al microscopio, mostra un intreccio del filo più ordinato e regolare, con una struttura più compatta e omogenea, tale da conferire alla calza una migliore resistenza sia alla perforazione sia alla deformazione della sagomatura originale; nella maglia a rete, invece, l’intreccio è meno regolare. In ogni caso, l’intreccio può essere fatto con un solo filo (filato semplice) oppure con due o più fili accoppiati (filato ritorto), mentre il filo può essere più o meno grosso”. Tuttavia, aggiunge l’associazione, “a causa della sua natura soffice e irregolare, non può essere misurato secondo il diametro, ma secondo il peso per ogni 9.000 metri di lunghezza. Questo sistema di misura prende il nome di ‘titolo’ e si esprime in ‘denari’: più alto è il denaro e più il filo è grosso”. Una curiosità: per fabbricare un paio di collant sono necessari 14 chilometri di nylon.

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